
Abbigliamento "tossico": le sostanze dannose nascoste nei nostri capi

L’industria tessile provoca danni gravissimi non solo all’ambiente, ma anche alla salute. Sono sempre più numerose ed accreditate le informazioni che ci invitano a riflettere sui rischi legati ai capi d’abbigliamento che indossiamo.
Non più solo un modo per proteggere, coprire il corpo, vestirsi rischia adesso di trasformarsi in un serio problema specialmente quando l'abito, la t-shirt, l'intimo, il jeans sono stati trattati con inchiostri plastisol o contengono nichel, pentaclorofenolo, coloranti. Tutte sostanze chimiche che se sono presenti in quantità superiori ai parametri eco-tossicologici possono diventare pericolose e risultare addirittura cancerogene. Lo rivelano le analisi chimiche eseguite su decine di prodotti dei marchi più importanti del pianeta. Due terzi dei quali, in base ai risultati, contengono sostanze tossiche e nocive. E non va meglio neppure per l'abbigliamento dei bambini.
Le sostanze dannose utilizzate dalle industrie del tessile nelle varie fasi di produzione, dalla colorazione dei tessuti al lavaggio e fino alla loro finitura, vengono riversate nelle acque direttamente dall’industria o al primo lavaggio dei capi di abbigliamento, anche se con un impatto molto minore: è insensato bandire sostanze tossiche in un Paese quando poi se ne riversano milioni di tonnellate nell’ambiente semplicemente lavando dei capi di vestiario. Queste sostanze, oltre ad essere potenzialmente rischiose per la salute, cumulandosi negli scarichi reflui durante il lavaggio, possono disperdersi nelle acque, contaminando l'ambiente".
Viene spontaneo chiedersi perché non fare uso di un’alternativa meno dannosa se esiste. Il problema ovviamente è che cambiare un processo industriale non è semplice, e richiede investimenti in innovazione e ricerca, e di conseguenza costi. Questo fatto non sembra proprio in cima ai pensieri del mercato, che soprattutto nella moda esige collezioni nuove a tempi record, chiedendo ai fornitori consegne sempre più rapide. Ci stanno trasformando in vittime inconsapevoli della moda che inquina: jeans, pantaloni, t-shirt, abiti e biancheria intima disegnati per uomini, donne e bambini, nella lista nera dell’associazione ecologista ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età.
Alla tossicità dei prodotti si aggiunge la scarsa trasparenza che regna in questo settore. Sarebbe opportuno che da una parte i consumatori incominciassero a chiedersi da dove arriva ciò che acquistano, dall’altra che ci dicessero cosa sta dietro la fabbricazione di quello che entra nelle nostre case. Secondo alcune riviste, una piccola inversione di tendenza all’interno dell’industria chimica che serve per il tessile sembra esserci già stata. Diciannove grandi marche del settore tessile hanno aderito alla campagna di Greenpeace e si sono impegnate a eliminare queste sostanze nocive entro il 2020, con step successivi e pubblici che vengono resi noti di continuo sui loro siti web.
Attenzione dunque a cosa si indossa perché un tessuto non vale l’altro. Stirare capi nocivi significa inalare ed introdurre nell’organismo sostanze dall’alta incidenza cancerogena. La diffusione selvaggia di indumenti provenienti dalla Cina o da paesi extracomunitari consente ad esempio di reperire facilmente e a buon mercato vestiti per il cui trattamento tessile viene impiegata formaldeide, sostanza nociva e cancerogena usata per fissare tinte e pigmenti. Diffusissimi e a prezzi concorrenziali, da anni ormai i nostri mercati sono letteralmente invasi dalle importazioni cinesi, dalle pelletterie all’oggettistica, dai giocattoli ai cosmetici, dall’elettronica al tessile, ma diffusione e prezzi limitati nascondono talvolta problemi di illegalità, sfruttamento del lavoro, utilizzo di sostanze nocive alla salute. A livello italiano, i controlli sono affidati innanzitutto alle autorità doganali, per il controllo dei flussi di prodotti in entrata nel nostro Paese. Sul territorio, agiscono mediante controlli i Nuclei Anti sofisticazioni dell’Arma dei Carabinieri (NAS), ed anche le autorità sanitarie vigilano sugli esercizi commerciali. I consigli che si possono dare per evitare di trovarsi in situazioni poco piacevoli per la nostra salute sono indiscutibilmente legati al buonsenso.
A cura di Piero Di Marino
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