Attacco senza timori alla Natura mentre il clima mostra il suo volto di fuoco in Sicilia

Autore:
Dino Artale
12/08/2021 - 02:12

PER 400 CHILOMETRI ODORE DI MORTE E TIZZONI FUMANTI DA SIRACUSA AL PARCO DEI NEBRODI E RITORNO

Se qualcuno si fosse illuso di rivedere un po’ di flora micologica nei boschi di alta quota siciliani sarà rimasto fortemente deluso. Gli sparuti porcini che hanno avuto il coraggio di spuntare sui Nebrodi sono stati fulminati dalle altissime temperature (persino trentadue gradi a 1.550 metri di altitudine nelle splendide faggete del Parco).

Il percorso in auto testimonia chiaramente un’estensione notevolissima di terreni completamente arsi e con scheletri nerissimi dei già sparuti alberi. Si comincia dalle propaggini di Scala Greca e Belvedere con grandi estensioni di rocce scheletriche e grigiastre, mentre lungo i vari chilometri della superstrada per Augusta si vedono centinaia di tentativi incendiari abortiti o con estensioni inferiori ad un ettaro. Impressionante la condizione scheletrica della vegetazione attorno allo svincolo per Augusta per diverse decine di ettari. I colori dominanti sono il nero e il marrone.

Omettendo la condizione, a tutti nota, di Catania città, anch’essa coinvolta direttamente nei grandi incendi e con ingenti danni alle cose ed alle abitazioni, circumnavigando la larga base dell’Etna verso Paternò, Adrano, Bronte, l’automobilista più attento si avvede che le aree incendiate e limitrofe alla strada sono centinaia. In genere piccole aree incendiate con eccezioni di qualcuna che si avvicina o supera l’ettaro.

I guai irreversibili e gravissimi cominciano dalla Valdemone dopo l’Alcantara, subito dopo aver lasciato l’abitato di Randazzo. In pieno Parco dei Nebrodi migliaia di ettari completamente bruciati hanno reso brulle e desolanti tutte le montagne per una lunghezza di venti chilometri. Il Parco, riserva naturalistica di grandissimo pregio ed irripetibile al giorno d’oggi, ha subito l’onta peggiore. I tentativi di incendio sono avvenuti direttamente dai margini di una grande arteria stradale molto trafficata e sono diverse centinaia. Come possa essere accaduto che siano state gettate centinaia di esche incendiarie lungo un’arteria cosi trafficata senza essere visti rimane misterioso. Questa volta, però, abbiamo perso per sempre boschi che occupavano montagne intere. Veri polmoni di ossigeno di un verde policromo e lussureggiante ora sono un orrido spettacolo di morte che terrorizza gli appassionati naturalisti. I boschi consolidavano i terreni molto esposti a frane e smottamenti, avvenuti con molta regolarità in epoche antiche ed anche recenti. Nei prossimi mesi, se avremo piogge, ci dobbiamo aspettare cadute di massi e frane.

Lo stato dei luoghi era già desolante da anni, ma rimane incomprensibile la mancanza di contrasto agli incendiari. Anche e soprattutto tra Randazzo e Santa Domenica Vittoria lo smacco alla riserva è totale. Neanche tra cento anni avremo il piacere di rivedere boschi e biodiversità con specie animali e vegetali pregiate.

Sono, rispetto ai tempi passati, scomparse o notevolmente diminuite le fontane e le sorgive, la portata dei fiumi si è ridotta a meno del minimo. Assolutamente inusuali le temperature raggiunte in questi giorni con punte mai ricordate a quelle altezze. L’odore acre del fumo ancora persiste e in lontananza si scorgono ancora focolai di incendio in diversi territori. Insomma, non sembra credibile a nessuno che una scientifica devastazione della natura possa essere casuale. Qui ci sono delle certezze sui responsabili che nessuno osa dire. Mai vista una tale passività apparente rispetto alla perdita dei propri terreni e animali. In una nazione meno ridicola, ordinata ed efficiente si verificherebbero ondate di arresti e serrate dei montanari che vivono di agricoltura e pastorizia. Qui regna il silenzio, la desolazione e la rassegnazione.

In Sicilia il 2021 corrisponderà con l’inizio della desertificazione. Nell’imbelle silenzio di chi sta organizzando l’ennesima questua per risarcire i soliti noti.

INFERTE FERITE MORTALI ALLA BELLEZZA DELLA NATURA SIRACUSANA!

Il 5 di agosto, nel silenzio dei media locali, i soliti ignoti hanno cancellato l’opera secolare della natura in due importantissime aree di interesse naturalistico della provincia di Siracusa. Sono estinte per mano (pseudo) umana specie rare e bellissime di orchidee, iris e mille fiori selvatici, flora spontanea tipica mediterranea, alberi secolari, milioni di piccole vite animali in entrambe le sponde del fiume S. Marco, affluente pittoresco del fiume Manghisi. Sono sottratte alla venerazione degli appassionati della natura e all’attenzione scientifica le meraviglie delle ultime zone umide nelle Cave Iblee. Odore di bruciato che attanaglia la gola e spettri di alberi dappertutto per qualche chilometro. Lo stesso destino ha subito la cava iblea più lunga e ricca di storia della nostra provincia, quella di S. Alfano fra Palazzolo e Canicattini. Nel fondo di queste cave hanno perso la vita alberi secolari di leccio che sarà difficile rivedere, stante la leggendaria lentezza di crescita e le prospettive di siccità e desertificazione ormai sotto gli occhi di tutti.

E mentre ci si adatta a vivere alla meglio questo scorcio di anno in attesa di nuove chiusure e nuovi morti ben pochi si rendono conto che con questi reati ignobili ed ubiquitari la Sicilia sta affondando sotto tutti gli aspetti. Ci mancherà l’aria, l’acqua e la benedizione della Natura. Gli impuniti stanno già organizzandosi ad asservire la politica ai loro sporchi e miserabili interessi. Non dovremmo dimenticare le motivazioni della recente condanna di un notaio, candidato eletto all’assemblea siciliana. Chi vuol capire capisca, ma si lascino in pace i malati di mente (tali sono i piromani). Qui si parla di luridi delinquenti.

 

L’articolo che avete appena letto è stato scritto da Dino Artale, Medico di Medicina Generale, che, insieme al quotidiano La Civetta di Minerva, ci ha gentilmente concesso il permesso di pubblicarlo sulla nostra testata.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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