Comunicare non è un fatto neutrale, bisogna scegliere il rispetto

Autore:
Sarah Donzuso
08/04/2016 - 09:48

Partendo dal presupposto che tutto comunica, dalle parole ai gesti, dagli sguardi ai silenzi, ci sono forme di comunicazione che risultano più complicate da applicare, più ardue nella loro realizzazione. Tra queste c'è la comunicazione sociale.

Come spesso affermato, se non si può definire "impossibile", la comunicazione del sociale è sicuramente molto difficile poiché i temi dedicati a questo settore trovano poco spazio sui media, soprattutto in questo periodo dove si pensa che parlare di crisi economica e politica sia più importante che parlare di iniziative lodevoli da un punto di vista sociale.

In realtà basterebbe poco: e si dovrebbe partire da un semplice presupposto ossia che occorre emozionare attraverso la semplicità; è la regola principale della comunicazione sociale che ha il chiaro compito di spingere il fruitore verso comportamenti corretti che possano incidere positivamente su se stesso e su gli altri. Ma occorre utilizzare i mezzi giusti altrimenti ciò che si può ottenere è un effetto boomerang che nuoce a chi questa comunicazione la produce.

Ciò che occorre avere sempre presente è che la comunicazione sociale non si fa solo con i mezzi più invasivi e più innovativi ma riproponendo anche vecchi modi di comunicare che devono associarsi alle nuove tecnologie: tornare a parlarsi, creare occasioni pubbliche, proprio perché la comunicazione sociale non si rivolge a un pubblico settoriale ma all'intera cittadinanza che può trarne, per l'appunto, un beneficio: perché è una questione di diritti, di democrazia, di partecipazione.

E allora come si può fare una buona comunicazione sociale? Come ha detto il giornalista Rai Giovanni Anversa, esiste un solo comandamento: «Bisogna essere delle persone che mettono il rispetto della realtà e degli esseri umani in testa a tutto». Da ciò discendono gli atteggiamenti migliori nel raccontare ciò che vediamo e ciò che ci chiede di essere raccontato. Ma occorre collaborare con i media e far passare il messaggio che a loro servono le notizie sul sociale nonché l'aiuto per comprenderle, così come a chi si occupa di comunicazione sociale servono loro per avere gli adeguati spazi.

E se ciò non avviene? Le associazioni onlus si industriano al meglio: oltre alle pagine social, uno dei mezzi più indicati e opportuni è il giornale online. Che sicuramente ha un costo che grava tutto sulle spalle della stessa associazione considerando che gli unici finanziamenti sui quali può contare derivano da attività autopromosse. Perché le istituzioni sono assenti nonostante facciano un gran uso del terzo settore, elogiandolo quando serve e dimenticandosene quando non si ha un tornaconto.

Ecco perché, come accennato, nascono giornali, web TV, web radio dedicate proprio al terzo settore per volere del terzo settore. Non sempre però è semplice veicolare i messaggi nel modo più consono ed ecco che da ciò nasce una delle declinazioni più importanti della comunicazione sociale: il giornalismo sociale come un fenomeno in espansione, in particolare sul web. Molti sono infatti i portali d’informazione on-line che si occupano di tematiche quali la disabilità, l’emarginazione, le povertà del Sud del mondo, l’ambiente, la salute. E se molti considerano il giornalismo sociale come un surrogato del giornalismo tradizionale, ecco cosa ne pensa Mauro Sarti: «Un lavoro carico di grande responsabilità, tanto più che "socialenon vuol dire soltanto parlare di disagio ed emarginazione; scrivere di cronaca nera e di "giudiziaria" richiede un atteggiamento non cinico verso la professione, occorre mettere in campo conoscenze e fonti non sempre facilmente reperibili, trovare le parole giuste per raccontare la morte e il dolore, la disperazione e il suicidio, l’odio razziale e la violenza, la guerra, la mafia. Persino le cronache sportive – a tratti – necessitano della stessa accortezza e sensibilità».

In tal senso le nuove piattaforme social hanno aiutato e aiutano ma serve, al contempo, chi sa padroneggiare questi mezzi - soprattutto tra i fruitori - per essere colpito dal messaggio. Tenendo sempre in mente il contatto, l'interlocuzione, anche virtuale ma pur sempre nel rispetto dei principi della sana comunicazione.

Per farlo, dunque, occorre avere le conoscenze giuste e rivolgersi a professionisti, serve non banalizzare per evitare che si cada in superficiali errori che nuocciono al lavoro stesso svolto dalla onlus o da chi produce la comunicazione. Soprattutto per le piccole realtà che incontrano più difficoltà a fidelizzare il ricevente: e così una semplice svista può rovinare il lavoro costruito mese dopo mese. Questo non accade a realtà consolidate che possono godere di un supporto economico ben più differente che permette anche di dar vita a delle pubblicità sociali che conquistano i fruitori che, quasi in automatico, donano al grande ente senza chiedersi cosa davvero esso fa.

A volte occorre andare oltre le vetrine patinate e guardare piccoli spazi che possono, però, nascondere preziose verità.

 

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