Meningite, l'esperto: “In guardia ma nessun allarmismo”

Autore:
Andrea Cuscona
20/12/2016 - 12:30

MILANO – I recenti casi di meningite in Italia hanno riacceso i riflettori su una malattia che non smette di creare paura e allarmismi tra la popolazione. Siamo di fronte ad una psicosi o esistono fondati motivi per temerla? Di certo ogni epidemia va presa sul serio e in primis il settore medico è coinvolto per la propria parte. Nessuno sottovaluta la meningite, che in alcuni casi può portare addirittura alla morte, come successo di recente a due studentesse della Facoltà di Chimica della Statale di Milano. Tuttavia occorre una corretta informazione e a tal proposito abbiamo intervistato il professore Fabrizio Ernesto Pregliasco, esperto in virologia e vaccinazione antinfluenzale e virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano.

 

Professore, quando parliamo di meningite a cosa dobbiamo fare riferimento?

“Meningite è una definizione 'a ombrello', che include diversi fattori. Possiamo dire, innanzitutto, che si tratta di una malattia simile alle comuni influenze stagionali che ogni anno si ripresentano, con maggiore o minore virulenza. Il termine indica, appunto, la meninge infiammata, ossia l'ultima barriera dell'encefalo. La meningite coinvolge molto spesso la aracnoide e la pia madre o leptomeningi come sono anche chiamate queste membrane. L'infiammazione delle membrane che circondano il cervello e il midollo spinale si manifesta con una sintomatologia che porta reazione immunitaria elevata, febbre, rigidità, vomito a getto, difficoltà sensorie, rush cutaneo. Nel 10% dei casi si osserva una mortalità, in un altro 20% si manifestano residui neurologici”

Da dove scaturisce la sua pericolosità?

“Il guaio, in primo luogo, è che può essere dovuta sia a virus che a batteri. Nei casi di origine virale la manifestazione in genere non è grave, ma va sempre ricordato che, come tutte le epidemie o malattie, i soggetti più deboli o immuno-depressi possono avere conseguenze e sintomatologie più accentuate. In questi casi, comunque, non si riscontra un'alta contagiosità. Nei casi di meningite batterica, invece, si contano gli effetti più nefasti e pericolosi. Ad ogni modo va ricordato che - ogni anno in Italia - sono circa 900 i casi accertati. Dunque la malattia ha di per sé una sua incidenza”

Come si diagnostica e quali sono i tipi di meningite conosciuti?

“La diagnosi si effettua mediante puntura lombare. Quanto alle tipologie, le tre 'protagoniste' sono quella da emofilo tipo B, da pneumococco e da meningococco. Dei quasi mille casi annui, circa un terzo è dovuto a infezione da meningococco, ossia la forma che fa più paura perché è quella maggiormente contagiosa rispetto alla pneumococcica e all’Haemophilus influenzae (o emofilo tipo B). Anzi, proprio l'Emofilus influenzae, è in calo per fortuna grazie alle vaccinazioni esavalenti”.

Dunque la meningite meningococcica è quella più sotto i riflettori rispetto alle altre..

“Sì, anche se il Meningococco non uno solo, ma una famiglia che ne racchiude altri. In Italia i protagonisti principali sono il tipo C e il tipo B, ma vi sono casi di W135 e Y, meno frequenti. Non cambia in termini di malattia, sono varianti. Quello registrato in Toscana è più virulento e in effetti dal 2015 si nota un'alta concentrazione in Toscana. Ricordiamoci, però, che a prescindere già esistono normalmente portatori sani, anche se non sappiamo il motivo per cui la malattia si manifesti, con il passaggio del batterio oltre la barriera delle vie respiratorie fino all'encefalo”.

 

 

 

 

 

 

 

Quali i meccanismi di contagio e quali i protocolli adottati?

“Il meningococco non vive nell'ambiente, ma si scambia a livello interpersonale attraverso saliva, fluidi corporei e biologici e dunque si tratta di contatti abbastanza stretti, in genere. Quando di accerta un caso di meningite, le persone che hanno avuto contatto con il paziente si applica una terapia antibiotica e gli attuali protocolli sono sufficienti in quasi tutti i casi. A chi viene diagnosticata la malattia, si somministra una terapia antibiotica e se la malattia ha uno sfogo moto forte si segue una rianimazione, ossia una terapia per sostenere la riabilitazione”.

Come ci si difende?

“In Italia ogni Regione ha un proprio piano vaccinale. I bambini si vaccinano a seconda dei casi dal tredicesimo mese al quindicesimo mese o dal dodicesimo. Quasi tutte le vaccinazioni sono contro il meningococco C, altre sono studiate su quello B, il quadrivalente a volte bisogna acquistarlo. Bisogna fare riferimento al proprio SSR di pertinenza. Insomma, non c'è ancora omogeneità, ma il nuovo piano vaccinale porterà ad una auspicata uniformità”.

In ultima analisi, cosa si sente di dire, da esperto del settore?

"Trovo giusto promuovere l'importanza della vaccinazione, perchè essa riesce a ridurre i rischi in modo drastico, partendo dai più piccoli. Non bisogna creare psicosi, tutte le informazioni mainstream da cui veniamo bombardati, in realtà parlano di una malattia vecchia, che esisteva già e che non è peggiore di tante altre”.

 

 

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