Covid, un biomarcatore è in grado di prevederne gravità e mortalità

Autore:
Redazione
10/12/2020 - 05:44

Scoperto un marcatore molecolare in grado di predire la gravità del quadro clinico nei soggetti affetti da Covid-19 e di ottimizzare gli sforzi terapeutici sul singolo individuo.

La ricerca, condotta da un team multidisciplinare di esperti, guidato da Giovanni Marfia e coordinato da Stefano Centanni e Laura Riboni, ha portato all’identificazione della sfingosina-1-fosfato quale molecola che gioca un ruolo chiave nell’infezione da SARS-CoV-2 ed è frutto di una stabile collaborazione tra l’Università degli Studi di Milano, il Policlinico di Milano e l’Aeronautica Militare con l’Istituto di Medicina Aerospaziale di Milano.

Lo studio condotto su 111 pazienti rivela la presenza di un biomarcatore associato all’aggressività del Covid-19, descrivendo uno dei potenziali meccanismi responsabili della sua morbidità e mortalità, oltre a costituire un importante parametro predittivo di evoluzione della malattia sul singolo individuo.

«Bassi livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato sono indicativi di una aumentata probabilità che s’instauri un grave quadro clinico, che richieda il ricovero in terapia intensiva del paziente, oltre a indicare un’aumentata probabilità di esito sfavorevole e quindi di decesso. I dati analizzati ci hanno consentito di determinare un valore soglia di sfingosina-1-fosfato, misurabile dopo un prelievo ematico già al momento della manifestazione dei primi sintomi, sotto al quale aumenta l’incidenza di complicanze e danno severo a diversi organi tra cui polmoni, fegato e rene», dice Giovanni Marfia, del Laboratorio di Neurochirurgia Sperimentale e Terapia Cellulare del Policlinico di Milano e medico del Corpo Sanitario Aeronautico.

Lo studio dimostra come il dosaggio di questo marcatore al momento della positività all’infezione o all’accesso in Pronto Soccorso attraverso un semplice prelievo ematico possa consentire di stratificare i pazienti in funzione del rischio individuale e introdurre interventi terapeutici tempestivi.

La sfingosina-1-fosfato, come spiega Laura Riboni, professore ordinario di Biochimica dell’Università degli Studi di Milano, è un biomodulatore chiave in molti processi cellulari vitali, tra cui lo sviluppo e l'integrità vascolare, il traffico linfocitario ed i processi infiammatori. Quando i livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato diminuiscono, s'instaura un danno vascolare e un’alterata risposta del sistema immunitario che determina un eccessivo e persistente stato infiammatorio. Il ripristino dei livelli fisiologici di sfingosina-1-fosfato può rappresentare una strategia utile a ridurre il rischio di progressione infausta del quadro clinico in pazienti con Covid-19 ed anche ad indurre un’efficace risposta immunitaria dopo vaccinazione.

«Lo studio, tutto italiano, potrebbe avere risvolti importanti, in quanto la sfingosina-1-fosfato può essere utilizzata come marcatore prognostico e di monitoraggio per l’andamento della malattia, permettendo una più precisa classificazione dei pazienti e la concretizzazione di interventi precoci», sottolinea Stefano Centanni, direttore del Dipartimento di Scienze della Salute e della UOC di Pneumologia dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano.

Un altro risvolto importante di questo lavoro è che la sfingosina-1-fosfato può essere considerata un nuovo bersaglio terapeutico, sia in termini di ripristino dei normali livelli circolanti sia nel potenziamento dei protocolli terapeutici in quei pazienti a più alto rischio, consentendo anche una migliore allocazione delle risorse sanitarie.

(Fonte: Ufficio Stampa Policlinico di Milano - Foto di copertina: Pixabay)

 

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