“Ambiente e salute nei siti contaminati”, un lavoro del CNR su cui riflettere per le bonifiche del SIN di Priolo

Autore:
Antonio Andolfi
02/11/2021 - 04:35

C’è un argomento che si dibatte senza fine per poi ritrovare partiti, sindacati, ambientalisti, amministratori e industria ad osservarsi e/o a guardare una realtà degradata. Parliamo del risanamento del quadrilatero industriale di Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa.

Lo sappiamo: un’area di 550 km2, con il solo distretto petrolchimico di 27 km2, contaminata in cui risiedono oltre 200.000 persone. Non viene ripetuto abbastanza, per ovvi motivi, ma l’inquinamento che interessa falda, suolo, costa e la rada di Augusta, dopo oltre 70 anni di sversamenti indiscriminati di tonnellate fra prodotti tossici e nocivi, è stato enorme. La zona da decontaminare si estende per 10.129 ettari di mare e 5.814 ettari di terra ed è la seconda estensione rispetto ai 42 Siti d’Interesse Nazionale (SIN) per contaminazioni marine e la quinta per quanto riguarda il suolo.

Nonostante ciò il piano di caratterizzazione eseguito per il suolo è ancora oggi al 48%, uno dei più bassi in Italia. A Porto Marghera, vecchia e grande zona industriale, l’estensione da risanare è solo di 1.618 ettari di terreno e nulla per quanto riguarda il mare.

Secondo i ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Mario Sprovieri, Liliana Cori, Fabrizio Bianchi, Fabio Cibella e Andrea De Gaetano, nel loro ponderoso lavoro, 500 pagine, Ambiente e salute nei siti contaminati, l’analisi di rischio sanitario e ambientale è propedeutica ad azioni di bonifiche. E nell’esaminare il sito di Priolo con metodologie avanzate, descrizioni d’impatto ambientale, ecc. constatano che nel nostro SIN, rispetto al principio “chi inquina paga”, prevalga un’altra situazione: chi è nato e abita lì paga.

Di particolare interesse il capitolo relativo alla valutazione dell’impatto economico degli interventi di risanamento o del non intervento, con l’approccio metodologico analisi costi-benefici, uno strumento utile che avvisa i responsabili politici sui potenziali effetti degli interventi normativi, ma finora poco usato per valutare gli interventi di bonifica nei SIN.

In questo studio, gli autori si sono soffermati sulle aree di Gela e Priolo e allo scopo è stata utilizzata una funzione di rischio per stimare il numero di esiti sanitari attribuibili all’esposizione da inquinamento industriale. L’analisi ha stimato che nelle due aree potrebbero essere evitate ogni anno, in media, 47 casi di morte prematura, 281 casi di cancro e 2.702 casi di ricovero ospedaliero per cause non tumorali, rimuovendo l’esposizione ambientale. Supponendo che l’inquinamento continui ad avere i suoi effetti per 20 anni (perché le bonifiche hanno bisogno di tempi lunghi per produrre miglioramenti) e un tasso di sconto del 4%, il potenziale vantaggio monetario di una bonifica completa sarebbe di 3.592 milioni di euro a Priolo e 6.639 milioni di euro a Gela. In altre parole, politiche di risanamento con costi fino a 10.231 milioni di euro nei due SIN sarebbero vantaggiose in termini economici, collegati al risparmio di vite, ricoveri, assistenza e cure mediche. I risultati di questo studio e, più in generale, delle analisi costi-benefici dovrebbero rafforzare le decisioni a favore di politiche di risanamento, che potrebbero costare fino a 10 miliardi di euro, ben superiori ai 127,4 milioni di euro a Gela e 774,5 milioni di euro a Priolo decisi dagli accordi di programma stanziati (nello specifico a Priolo nell’ottobre 2007). Oggi, per questi risanamenti potrebbero essere necessarie somme maggiori, ma certamente di gran lunga minori valutando il vantaggio socioeconomico descritto. Ma i vari governi non si sono decisi e hanno dichiarato che le somme allora a disposizione sono venute meno.

Eppure le nuove tecnologie per il disinquinamento aprono interessanti prospettive: la fitoestrazione per i suoli, l’impianto TAF (Trattamento Acque di Falda) per le acque di falde (già in funzione da diversi anni) e la brevettata tecnologia della Fincantieri per il risanamento della rada. Una stima parla di circa 1 miliardo di euro. Se confrontiamo ciò che Stato e Regione, tramite accise e tasse, ottengono dalle industrie del polo, 18 miliardi annui, senza investire un solo euro in zona, emerge un paradosso: a fronte di questa enorme cifra annuale si potrebbero spendere 1/2 miliardi risparmiandone ben 10. Non sarebbe altamente vantaggioso per le casse Regionali e Statali? Eliminerebbero una condizione in cui versano 200.000 cittadini posti al di fuori di qualsiasi normativa, legge e Costituzione.

Le tecnologie a disposizione hanno in realtà un costo esiguo. È la natura che lavora.

Il fitorisanamento consiste in un intervento naturale di risanamento dei suoli che utilizza alcune piante (miscanto, girasole, canapa, ecc.) in grado di fitoestrarre metalli pesanti (cadmio, piombo, arsenico, cromo, ecc.) e sostanze organiche (esaclorobenzene, idrocarburi, ecc.). Questa tecnica non solo mira a rimuovere questi metalli pesanti dal suolo, ma fa anche dell’altro: la fitostabilizzazione, rizofiltrazione, fitodegradazione. Nei progetti di bonifica come il nostro SIN con livelli di contaminazione elevati, la fitorimediazione è una tecnica ad hoc per una bonifica economica ed efficace anche perché il nostro clima, adatto a queste piante, ne favorisce la crescita. La tecnica, collaudata, è usata con successo in tante zone industriali nel mondo, ma gli studiosi avvertono che occorrono comunque opportuni studi per definire un piano agricolo-forestale adatto alla bonifica dei suoli. Ciò per svariati motivi tecnici, economici, ecologici, di riutilizzo.

Altro dato positivo è quello sulla biomassa finale prodotta che trova grande impiego nella produzione di ecomateriali per prodotti artigianali come nell’edilizia. Inoltre, su un versante ecologico, il fitorisanamento preserva la fertilità del terreno, migliora la salute e in generale non danneggia eccessivamente l’ecosistema contaminato, ma è sempre una pratica che richiede agronomi specializzati perché nelle piante i contaminati si accumulano sulle foglie, non sugli arbusti e possono entrare a far parte della rete trofica dell’ecosistema provocando eventuali danni. Queste fasi vanno infatti gestite con tecniche agronomiche particolari.

Insomma, nonostante questi aspetti negativi, il fitorisanamento risponde ai nuovi canoni di ecosostenibilità rispetto alla tecnica finora utilizzata quale l’asportazione fisica del terreno inquinato mediante scavatrici che presenta elementi altamente negativi: non economicità, problemi di scorie, problemi di stoccaggio degli scarti, invasività, possibile conclusione di non giungere al 100% di disinquinamento. Ulteriore e positiva evidenza è nel programma di risanamento il quale proseguendo a step dà la possibilità di utilizzare da subito il terreno appena risanato per nuove attività.

 

L’articolo che avete appena letto ci è stato gentilmente concesso dal quotidiano La Civetta di Minerva che ringraziamo.

 

In copertina: Polo Petrolchimico Siracusa

Foto di Davide Mauro - CC BY-SA 2.5

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