Healing Gardens: i giardini che "curano" corpo e anima

GALLES - Cristina Pandolfo è una dinamica ragazza catanese, emigrata per lavoro, dopo gli studi universitari, prima negli States e poi in Galles. Il suo percorso prende vita dal legame intimo con la natura, l'ambiente, il paesaggio. Da lì il passo è breve verso i “Giardini Curativi” o Healing Gardens.
Ma cosa sono questi giardini curativi, che ruolo hanno, a cosa servono? Ce lo spiega proprio Cristina che di questo, e di tutto ciò che concerne il paesaggio, si occupa nella sua carriera professionale.
Cristina, partiamo da te: come è nata la tua passione per gli Healing Gardens?
«La mia vita è sempre stata contraddistinta da una profonda connessione con la natura. Ciò ha condotta verso lo studio delle piante sia da un punto di vista magico-energetico che terapeutico, eco-spirituale e botanico. Dopo la laurea di primo livello in Architettura dei Giardini e Paesaggistica, ho conseguito il titolo magistrale in Salvaguardia del Territorio dell'Ambiente e del Paesaggio e unito al mio percorso formativo in progettazione ed ecologia un background olistico che spazia dalle terapia della natura all'eco-spiritualità, il tutto arricchito da una profonda sensibilità verso il mondo naturale. Attraverso dunque una crescita spirituale che per prima è avvenuta dentro me stessa sono approdata poi al mondo degli Healing Gardens (Giardini Terapeutici)».
I tuoi studi ti hanno portato ad approfondire l'argomento: cosa hai riscontrato?
«Più che riscontrato ho avuto conferme. Le piante si sono da sempre prese cura di noi, senza di esse non ci sarebbe vita sulla terra, ci donano medicine e cibo e, attraverso i Giardini Terapeutici, ho constatato che non è solo ciò che di loro “consumiamo” capace di supportare la nostra vita nella dimensione materiale, ma anche semplicemente ciò che di loro osserviamo, come colori e profumi, ad intervenire positivamente, bilanciando la nostra dimensione energetica e spirituale».
Che cosa sono gli HG? Ne esistono varie tipologie in base agli scopi?
«I Giardini Terapeutici appartengono alle terapie olistiche basate sull’integrazione tra il mondo materiale e quello spirituale. All’interno del nostro organismo non esiste scissione tra mente e corpo e il giardino, predisponendo la mente al bello, alla pace e alla quiete è in grado di infondere una sensazione di benessere che comporta un miglioramento generale dello stato di salute. Esistono diverse motivazioni di carattere intuitivo e scientifico per le quali il giardino è in grado di “curare”. Aspetti di ordine mistico-religioso, legati al simbolismo tradizionale del giardino come luogo di incontro con il divino e la trascendenza, aspetti filosofici e ovviamente aspetti legati all’esperienza fisica diretta. Nel giardino è possibile trovare quella solitudine e quel silenzio in grado di collegarci con il nostro lato trascendente creando le condizioni ottimali alla meditazione e alla riflessione. In esso riscopriamo la gioia della condivisione e della collaborazione, del dialogo, abbandonando rabbia, rancori, invidia, aggressività e vizi o abitudini che ci rendono schiavi e di cui spesso non abbiamo coscienza. Tutti i giardini, e paesaggi, concepiti con lo scopo di agire direttamente su una patologia o stato di disequilibrio sono ritenuti terapeutici, e ovviamente gli elementi che li compongono cambiano a seconda di come e dove è necessario che agiscano».
Che ruolo hanno?
«Lo scopo principale è quello di supportare la medicina tradizionale nei processi di cura e riabilitazione, ma anche prevenzione, pertanto quasi sempre gli Healing Gardens sono spazi progettati all’interno di strutture mediche private e pubbliche, di qualsiasi natura. Agendo attraverso gli aspetti energetico/emotivo/spirituale/mentale i giardini terapeutici sono in grado di riequilibrare il sistema umano. Generalmente i malesseri sui quali il giardino terapeutico interviene sono piuttosto comuni a molte patologie, in particolare di tipo cronico e spesso non accusate solo da soggetti affetti da un disagio ma anche da persone che potremmo definite “sane”. Tensioni, infiammazioni, ansia, depressione, dissociazione, sintomatologia degenerativa e burnout caratterizzano condizioni generalizzate di stress che influiscono sulla qualità della nostra stessa vita. La riduzione del disordine da stress ristabilisce l’equilibrio interiore che ci permette un migliore controllo delle malattie».
Tecnicamente come si realizzano?
«Gli elementi che intervengono nella progettazione di un giardino che cura sono strettamente correlati alle terapia dei sensi: profumi (aromaterapia), colori (cromoterapia), suoni e simbolismi. Nello specifico gli stimoli olfattivi intervengono sul sistema limbico che elabora le reazioni e i comportamenti emotivi, regola l’affettività e l’aggressività esercitando un controllo nei rapporti con gli altri e svolgendo un ruolo importante per la formazione dei ricordi e della memoria a lungo termine. La fragranza dei fiori agisce generando sentimenti che placano l’aggressività e confortano nella malattia. L’effetto terapeutico del colore sull’organismo umano invece è legato alla natura oscillatoria delle nostre cellule, il malessere o la malattia consistono in una disarmonia del loro ritmo vibratorio e i colori posseggono un potere armonizzante e riequilibrante. Nella cromoterapia, infatti, oltre all’azione psicologica ed emotiva è possibile riscontrare anche dei benefici di tipo fisico in quanto gli organi affetti da carenze o anomalie sono in grado di operare una “selezione” dei colori assorbendo esclusivamente quelli cui lunghezza d’onda è necessaria per ristabilire la loro condizione di equilibrio.
Generalmente questa tipologia di spazi verdi dovrebbe sempre costituire luoghi protetti e poco esposti alle interferenze esterne grazie all’introduzione di recinzioni e bordure con piante ad azione schermante collocate nell’area perimetrale. È fondamentale evitare l’utilizzo di piante tossiche o pericolose, ovvero dotate di organi offensivi o urticanti e prediligere forme semplici e ordinate piuttosto che un numero eccessivo di elementi che potrebbero causare nei pazienti iperstimolazione e senso di confusione e smarrimento. Le aree, chiare e definite, devono prevedere sentieri ampii tali da permettere agevolmente la fruizione di carrozzine o di altri macchinari di supporto e bisogna considerare necessaria la presenza di panchine o sedute per la sosta e il riposo. È importante ricordarsi inoltre di garantire sempre un orizzonte aperto e visuali prive di ostacoli, necessarie per permettere al personale medico di controllare efficientemente l’intera area senza che la loro presenza risulti invasiva o pressante. Molto utile risulta infine la creazione di aree comunitarie che possano invogliare allo scambio e alla socievolezza».
Che studi scientifici ci sono a testimonianza del loro potere curativo?
«Già nell’800 si era a conoscenza del potere curativo del verde dove l’esperienza con l’ambiente naturale evoca un’attenzione involontaria che non richiede sforzo ed è pertanto ristoratrice. La natura è infatti spontaneamente dotata di un fascino che si muove tra la piacevolezza (bellezza in senso estetico, calma, serenità e pace) e la pulsione involontaria all’attenzione. Roger Ulrich, professore di psicologia comportamentale presso la Texas A&M University, pioniere delle relazioni tra uomo e paesaggio, introdusse a una serie di qualità della natura che esercitavano influenza positiva sui pazienti, sui visitatori e sul personale medico, presentando i giardini come potenti alleati del malato.
Nei primi anni ‘80 Ulrich osservò come le necessità psicologiche e sociali dei pazienti venissero spesso trascurate durante la progettazione delle strutture sanitarie e attraverso uno studio pubblicato sulla rivista Science esaminò le diversità di recupero di alcuni pazienti di un ospedale texano, tutti operati di cistifellea ma ospitati in camere cui finestre possedevano differenti visuali. Alcune stanze si affacciavano su un gruppo di alberi nel cortile dell’ospedale altre invece su un muro in cemento. Risultò che i pazienti con la visuale sul giardino rimasero meno giorni in ospedale, necessitarono di una quantità inferiore di antidolorifici, ebbero minori complicazioni e migliori relazioni con il personale medico.
Altri studi poi dimostrarono come negli ambienti in cui erano presenti immagini di ambienti naturali, come fotografie e dipinti sui muri, si riducesse l’ansia, si abbassasse la pressione sanguigna e diminuisse il dolore. Ulrich non solo dimostrò una diretta correlazione tra la vista della natura e un maggiore benessere ma indagò anche sulla situazione contraria, riuscendo ad individuare quelli ambienti che potevano invece risultare di poco aiuto, se non di peggioramento, a un processo riabilitativo».
Tu ormai vivi all'estero e dalle tue esperienze che raffronto puoi fare tra Italia e altri paesi in tema di HG? E dove sono più diffusi?
«Credo che in Italia l’interesse verso le tematiche olistiche che coinvolgono aspetti spirituali ed energetici sia piuttosto recente rispetto ad altri paesi come ad esempio la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dove molti progetti sono già stati attuati. Direi che in Italia si tratta inoltre di una questione di consapevolezza collettiva, legata soprattutto al fatto che nel nostro territorio le priorità della vita materiale quali quelle economiche, lavorative e gestionali del paese, non permettono ancora di avere la predisposizione mentale ed emotiva, nonché la fiducia, per aprirsi maggiormente e investire su progetti di questo genere, e forse proprio questi limiti dimostrano quanto ne avremmo davvero di bisogno».
Pensi che questo settore possa espandersi ed entrare a far parte di percorsi terapeutici all'interno di strutture ospedaliere pubbliche?
«Abbiamo qualche esempio di Healing Garden in Italia, vedi il Giardino del Labirinto a Meldola, spero dunque che l’Italia prosegua ed espanda l’utilizzo dei Giardini Terapeutici e delle terapie olistiche in generale. Il nostro è un paese decisamente tradizionalista, e se da un lato questa qualità può giovare nel preservare la cultura originale del territorio, dall’altra crea limiti verso tutto ciò che è nuovo e “sconosciuto” e soprattutto non immediatamente comprensibile. Sono comunque sicura che le esperienze estere saranno un impulso a voler fare anche sul nostro territorio, così come già avvenuto in passato e in altri contesti».
clicca e scopri come sostenerci
Autore
Autore

Andrea Cuscona è giornalista pubblicista dal 2005, catanese, classe '82, laureato in Culture e linguaggi per la comunicazione. “È impossibile non comunicare”. Da questo innato meccanismo parte la sua propensione al giornalismo e alla scrittura, declinati attraverso varie esperienze su carta stampata, TV, radio e web. Si considera uno spirito libero, è impegnato in cause sociali e coltiva diverse passioni.






